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<<< Prefaz. ad Altre Storie - scritto di Vincenzo Ampolo del 2006 >>>

X ALTRESTORIE

di Mirosa Sambati

 

PREFAZIONE

 

“ Chi racconta è pazzo, non si rassegna mai,

non vuol mai dire: è finita.”

Mirosa Sambati

 

Ci sono scritture che vivono di complessità e di tormento e che pure odorano di timo e di lavanda.

Ci sono scritture che travolgono e che invadono, tanto da farci naufragare nel mare delle parole dove tuttavia ci ritroviamo nella nostra più completa umanità.

Ci sono scritture che vengono inseguite e che a loro volta ci inseguono, come in-canto o come ossessione creativa.

Ci sono scritture che ci salvano la vita tenendo per mano il nostro Universo fatto di Amore e di Tristezza, di Voglia/Speranza e Paura al tempo stesso di Vivere e di Morire. Scritture come passione e come terapia, come passaggio per un Altrove nel quale hanno possibilità di cittadinanza i mille personaggi del nostro Teatro Interno.

Scritture come Trance creativa, come un incessante Transire.

 

Le scritture di Mirosa Sambati sono tutto questo ed altro ancora…

 

ALTRESTORIE…dove le STORIE spesso sono pretesti per raccontare, per raccontarsi, per fare pratica di scrittura, per esplorarne le sue possibilità ed i suoi limiti

Il risultato cattura, soprattutto per la notevole capacità introspettiva e per la maestria nell’uso delle parole all’interno di percorsi narrativi spesso difficili da comunicare e da interpretare.

Vengono presentate in questa raccolta narrazioni spesso delicate e sognanti, laddove i sogni però rischiano di trasformarsi nel loro opposto, incubi che, ripetendosi all’infinito, sembrano non finire mai. Impastate di dolceamaro, hanno il gusto acre delle marmellate di arance di cui stufarsi è difficile.

Mirosa Sambati più che raccontare, scava nell’animo umano, nell’intento di recuperare, non un senso qualunque, ma IL SENSO ultimo, definitivo. Tutto ciò porta ad una lettura che non rassicura ma inquieta e che appare realmente imprendibile…come la vita.

 

A questo punto forse sarebbe giusto riprendere le parole dell’Autrice per parlare di ciò che anima questo libro, di ciò che spinge a vivere per scrivere o il suo contrario, per lasciare intravedere il piacere che si prova leggendo queste pagine, il piacere di scoprire il proprio vizio, più o meno segreto, svelato e condiviso, ma… sono veramente troppe le frasi importanti, quelle frasi capaci di illuminare  il nostro cammino  e di farci contattare dimensioni negate, dimenticate o solamente possibili e raggiungibili se solo ci fosse un po’ più di coraggio o di incoscienza.

 Emerge prepotente l’amore per la  scrittura, per i libri e per il piacere che se ne ricava, un piacere che sempre più spesso appare una necessità che si intreccia con la realtà, con la vita. E la realtà è fatta dei sentimenti eterni e misteriosi che abitano l’animo umano, quello femminile soprattutto. L’amore per gli uomini, a cui il tempo dona e subito strappa via i pochi momenti di felicità concessa,  per la natura  e per l’avvicendarsi dei giorni e delle varie stagioni attese, subite e presto rimpiante.

Ma una domanda certo bisogna che sia fatta, adesso, prima che il lettore inizi a entrare nel mondo di Mirosa Sambati e dei personaggi, reali o immaginai che animano queste pagine. E la domanda è di quelle difficili, credetemi, di quelle che sembra proprio non abbiano risposta se non nella mente del creatore supremo, di colui che organizza la vita degli esseri umani, di colui che costruisce le storie che poi fa vivere agli ignari protagonisti, giorno dopo giorno.

Se scrivere non serve, quasi mai, per farsi amare, né per arricchirsi o per vivere il proprio tempo o per lasciare tracce, che sarebbero scritte e subito cancellate come sulla sabbia di un’eternità  in continuo mutamento, allora perché scrivere?

Anche l’autrice, come ogni scrittore, si fa, più e più volte, la stessa domanda e la sua risposta è di quelle lapidarie, che colgono nel segno e rimandano a piaceri, scoperte e sogni infantili, indimenticabili.

“Scrivo. E se mi chiedessero per l’ennesima volta perché, risponderei con un sorriso o con un ghigno: perché ho letto.”

 

Vincenzo Ampolo