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Recensione 

di

ALLA FINE DELL’ARCOBALENO

Piccola cronaca familiare di un viaggio attraverso le istituzioni psichiatriche

 

              Vincenzo Ampolo

 

Il libro di  Francesco Tornesello, ha il merito di leggersi come un romanzo, come un bel romanzo, pur affrontando tematiche legate alla storia della psichiatria e soprattutto alla stagione  socio-politica che segna in Italia il passaggio, confuso e imperfetto, da un’istituzione totale, come il manicomio, ad  un’assistenza territoriale, fatta di molti meriti ma anche di molti limiti.

L’autore, un protagonista di questo transito e di questo cambiamento, ci parla della sua esperienza di psichiatra, in bilico tra il prima e il dopo, tra la tradizione e l’innovazione.

Se la sua storia si intreccia con la storia dell’Italia, dall’inizio degli anni settanta in poi, pure la sua visione è quella, e non può essere diversamente, dalla parte dei medici, e del personale sanitario, con tutte le diversificazioni e le puntualizzazioni del caso. 

Nonostante ciò, emerge il piacere della narrazione, e la scrittura della storia personale lascia spesso il posto a un doveroso atto di amore verso uomini e donne intravisti oltre il ruolo di pazienti, di portatori di patologia, di corpi e menti da curare e da rieducare.

(E solo nel momento in cui la malattia viene messa tra parentesi che il malato compare sulla scena esigendo ascolto e attenzione.)

 

Pur con le differenze, legate al contesto storico ed alla nostra pratica professionale, devo dire che ho trovato tra la sua storia e la mia, alcuni tratti autobiografici simili ed alcune concomitanze a cui, almeno in parte mi piace accennare.

Tra le similitudini più evidenti vi è sicuramente l’essere entrambi di famiglia agiata, in tempi di ribellione e di contrasti sociali e culturali. Situazione vissuta con forti sensi di colpa e con desideri continui di espiazione e di presa di distanza da tutto ciò che rappresentava il modello di vita proprio della borghesia.

 

Presumibilmente, al tempo in cui il dott. Tornesello operava nell’Opis di Lecce io abitavo nello stesso quartiere (zona San  Lazzaro) dove era situato l’Ospedale Psichiatrico di Lecce.

Ricordo gli ultimi ricoverati che passeggiavano per i viali e che, di tanto in tanto, si sporgevano dal cancello chiuso per chiedere ai passanti una sigaretta o per cercare di esprimere un pensiero, spesso delirante o che, al di là del cancello, appariva come tale.

Si, perchè nel momento in cui una persona veniva etichettata come “matto”, tutto quello che diceva non veniva preso, quasi mai, nella dovuta considerazione.

(Ricordo un incontro pubblico con Basaglia c/o l’Università degli Studi di Lecce, in cui Basaglia riferiva di un  paziente  che gli aveva detto di percepire un rumore continuo che non gli permetteva di riposare. Basaglia si fermò un attimo ad ascoltare e si accorse che vi era veramente un rumore continuo di sottofondo, che fino a quel momento non aveva percepito).

Una narrazione “dalla parte degli internati”, “reclusi” in manicomio”, come se ne sono scritte tante ma forse non abbastanza, avrebbe fatto emergere l’orrore tipico della  “istituzione manicomiale”, con i suoi rituali e le sue cerimonie che tendevano a ridurre la molteplicità dei vissuti, e del sentire, in pochi schemi codificati e per questo “curabili” secondo rigidi protocolli terapeutici.

Ma ad un certo punto Tornesello ci parla di una “trovata creativa” anche in termini terapeutici, una cura “magica”   capace di superare i limiti istituzionali, se solo non fosse stata sabotata dall’ottusità e dalla difesa di ruoli, valori e modelli consolidati.

Un’esperienza questa che potrebbe insegnare molto anche a tutti quei professionisti della salute mentale che si ostinano a legarsi ad una tecnica terapeutica, considerata unica ed insostituibile, negando la possibile efficacia di altri metodi e di altre tecniche e di altre modalità.

 

Ma è il ricordo di Chiara (attenti, non il Caso di Chiara) che meriterebbe una narrazione lunga un’intero libro, se l’autore si fosse permesso di raccontare in modo più esplicito i termini di questo incontro terapeutico ed umano.

“Il ricordo del più splendido e memorabile fallimento della mia carriera psichiatrica” lo definisce l’autore.

In una “cittadella del dolore” come doveva essere quello che da “manicomio” era da poco stato rinominato come Ospedale Psichiatrico di Volterra, il giovane assistente volontario Francesco Tornesello, incontra Chiara, una paziente “anomala” che non corrisponde allo stereotipo del paziente “brutto, sporco e cattivo” .

Il giovane medico si prende cura di lei, l’ascolta e risponde alle sue domande. Impara così, a conoscere Chiara, la sua storia ed i motivi della sua delusione e della sua angoscia, della sua depressione malamente compensata dal  bere coattivo, dal fumo e  dai farmaci.

Emerge la figura di un padre accudente ma autoritario e manipolativo e di un marito altrettanto condizionante, donnaiolo e pronto a “punire” ogni debolezza della giovane moglie.

“Il problema del transfert nacque e fu accettabilmente superato” scrive l’autore.

In questa frase sta tutto il mistero di un incontro tra due esseri umani…

Quei “brutti discorsi” (come si definiva nel manicomio di Volterra tutto ciò che non era sterramene attinente alla medicina) sembrarono compiere il miracolo e insegnarono al giovane psichiatra l’arte della relazione empatica e delle sue meraviglie.

Ma Francesco perde Chiara e con essa forse anche il suo entusiasmo e la sua innocenza, viene risucchiato dal fascino dell’Istituzione…forse si perde in un modo di essere più codificato e formale.

 

Il libro si chiude con una domanda, difficile e per certi versi inquietante : “Cosa c’è alla fine del percorso, dai manicomi ai Dipartimenti di Salute Mentale, oltre la 180? ” .

L’autore risponde con un episodio riferito dalla figlia, all’epoca studentessa di liceo.

“Durante una lezione, la professoressa di geografia astronomica chiede alla classe: “Cosa c’è alla fine dell’arcobaleno? ”

Tutti gli studenti iniziano frenetiche consultazioni, si mettono a cercare nei libri di testo la risposta. Che non si trova. Ed è allora che, con grande prontezza e sublime improntitudine, un ragazzo si alza e dice: “E’ scientificamente provato che alla fine dell’arcobaleno c’è lo gnomo che custodisce una pentola piena di monete d’oro”.