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<<< In ufficio - racconto di Daniele Vaira del 2005 >>>

 

Anche adesso. Proprio ora. Non ci sono. In ufficio fra telefoni, voci, fumo appiccicoso e acre occhi lacrimosi. Non ci sono. Inutile che mi cerchiate con lo sguardo, che mi vediate scrivere, che sentiate il frusciare dei fogli. Non mi appartiene nulla di questo. Ho la targhetta sull’ufficio, una scrivania bianca, un computer, cartelline accatastate, qualche biro. Degli scontrini arrotolati, degli inviti scaduti. E allora? Rinuncio a tutto questo. O meglio ho già rifiutato. Proprio ora che tento di descrivere, che smino la matassa dei dettagli. E’ una decisione senza appello. Rinuncio anche a te, Giulia e ai tuoi occhi, al tuo sorriso, a quanto brilli di bellezza appena. Se il mio collega la smettesse di parlare, con quella sua vena smargiassa, quel suo sbraitare bonario. Ho bisogno del mio spazio, della mia libertà, del mio angolo. Zitto per favore. La mia musica è già partita, la mia penna è in movimento, il mio orologio pigola. Sono fermo. In silenzio. Fatico ad attivarmi. Se la smettessi di commentare tutto, caro collega, potrei scrivere di me, della mia storia, di tutto ciò che ho in testa e voglio riversare.

Potrei permettere alle parole di fare festa,come una collana di formichine urticanti ed abrasive, potrei sciogliermi a ruota libera, come quando ascolti la musica che ti sibila dentro e diventi tutt’uno: e non ci sono note, ma ci sei tu e quel bacio atteso e mai cestinato, e lei e tu che piangi abbracciando tua madre. A volte invece diventi famoso e onnipotente, quella forza dentro tumultuosa, la musica e sai che tutto si risolverà, che lei si innamorerà di te e non sputerà sulle tue poesie. Anche perché forse non le hai mai scritto. Le lettere giacciono afose nel cassetto della polvere, nello stipite delle intenzioni. O forse le hai scritto mentre ascoltavi la tua musica, e le parole erano così belle che sentivi le sue labbra, i suoi capelli, la vedevi mentre tu le scrivevi il tuo amore ed era ancora più bella. Sentivi prendere forma , ogni minimo impulso, singhiozzo, emozione che avevi dentro. Era tutto dentro di te. Un foglio non avrebbe reso giustizia, una matita non sarebbe stata abbastanza veloce, i tasti avrebbero stonato. Io ti ho scritto. Lo giuro. Non lo sai. Ti ho scritto, un giorno quando pioveva fitto ed azzurro, ti ho scritto quando ti ho pensato, ieri tra la tazzina del caffè e la bustina di zucchero. Ti ho scritto ora che sei passata a salutarmi nel mio ufficio condiviso. Ti scrivo adesso mentre simulo di lavorare perché ho una morsa atroce e non respiro. Giulia. Ma non sei tu la morsa, sono io.

E’ quella tua eleganza, da poco più che ventenne, quei tuoi occhi che come dei sospiri vibrano.

Quei tuoi capelli, e quella voce che dice più di quello che vorresti.

O sono io che colgo un po’ la tua anima in tutto quello che fai perché sono uno scrittore prestato ad un lavoro stabile. Ho bisogno di emozioni, dettagli, ho bisogno di scavare nei profumi, di puntelli perché la mia mente smania.

E li ho trovati in te. Quella sera che ci siamo incrociati per caso, dopo il lavoro e c’era il vento azzurro che spolpava le facce di novembre. E abbiamo preso una cioccolata calda in quel locale vicino al centro. Abbiamo parlato abbracciati alle parole , di te, dei tuoi problemi, del tuo essere stagista e le frustrazioni di un lavoro precario, non remunerato, le energie, la famiglia, il tuo fidanzato e milioni di concetti a cascate, di cui non mi ricordo perché già 1 anno fa quando ti ho conosciuto, io non c’ero. Hai detto che mi invidiavi, la mia posizione, la stabilità di lavorare in un ufficio stampa, la mia carriera di scrittore in ascesa - trentenne, e ci siamo trovati a casa mia, un monolocale spettinato e abbiamo fatto l’amore con una dolcezza strana e muta, come se fosse stato implicito, come se te lo sentissi. Ce lo sentissimo, forse. Come se in fondo tutto il contorno, le ore prima, i mesi passati a prendere confidenza vicendevole, fossero sempre stati la scusa per non dover dire un giorno ”siamo stati troppo precipitosi” “Sono stato un po’ zoccola” o robe così.

Anche se in fondo era la prima volta che ci vedevamo, e forse eravamo stati precipitosi e tu tendenzialmente eri stata un po’ mignotta.

Ma io non mi facevo particolari domande, non me ne sono mai fatte, di quelle che svitano i dettagli, cercano una logica, un percorso a tutto. Sono più il tipo da domande assolute e paralizzanti. Chi sono. Perché non amo. Mi sento vuoto.


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