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<<< APRIAMO IL POSTINO, NON LE LETTERE - documento di Piergiorgio Odifreddi  [Arslab Archive]  del Novembre 1997 >>>

"Nature and Form - Codes and Origins"

APRIAMO IL POSTINO, NON LE LETTERE

di Piergiorgio Odifreddi

 

Quando nel 1964 Marshall McLuhan (1911-1980) pubblicò Gli strumenti del comunicare, che si intitolava Capire i media nell'edizione originale, sia l'autore che l'opera divennero istantaneamente (e a ragione) i punti di riferimento obbligati per la comprensione dei vecchi e nuovi mezzi di comunicazione. Le formulazioni di McLuhan (anticipate letterariamente nel 1962 nell'altrettanto fortunato La galassia Gutenberg, e ripetute didascalicamente nel 1968 nel fumettistico Guerra e pace nel villaggio totale) trasudavano infatti sapienza esplicativa e metaforica, e molti degli slogan in cui egli sapeva condensarle divennero in seguito espressioni di uso comune. Rivederne a trent'anni di distanza l'impostazione, in occasione della ripubblicazione dell'opera, permette di constatare sia l'immutata vitalità dell'originale che i non pochi fraintendimenti che ne sono seguiti.

 

Estensioni dell'uomo

L'idea principale di McLuhan, come mostra il sottotitolo del libro, è che le tecnologie sono estensioni dei sensi, degli organi e del sistema nervoso, e costituiscono letteralmente una fonte di percezioni extrasensoriali: il vestito e la casa sono estensioni della pelle, gli strumenti di lavoro delle braccia, i mezzi di trasporto delle gambe, le lenti dell'occhio, i microfoni della lingua, gli altoparlanti delle orecchie, la scrittura della memoria, il computer del cervello, e così via.

Poiché noi siamo il nostro corpo, fermarne la crescita e l'attività significa suicidarci e morire: in quanto accrescimenti e potenziamenti del corpo, le tecnologie si autogenerano (come soddisfacimento di nuovi bisogni creati da quelle precedenti) e creano la propria domanda (l'invenzione è la madre della necessità), ridefinendo allo stesso tempo la natura stessa dell'uomo, con due effetti complementari.

Da un lato esse creano resistenza quando vengono introdotte perché, rendendo inadeguate le attuali strutture della percezione e l'attuale organizzazione della vita, mettono in crisi sia l'individuo che la società, richiedendone una duplice rivoluzione permanente: di qui una delle più profonde contraddizioni dell'Occidente, che pretende di proporre lo sviluppo tecnologico come politica conservatrice!

Dall'altro lato le tecnologie risultano trasparenti una volta che esistono perché, essendo ormai parte integrante del sistema di osservazione dell'uomo, diventano ad esso invisibili (per lo stesso motivo per cui l'occhio non può osservare se stesso): il punto è illustrato efficacemente dal mito di Narciso, a cui la trasparenza dell'acqua impedì di capire che ciò che egli vedeva era solo una immagine riflessa.

I due effetti convergono nell'atteggiamento dell'uomo verso la vita meccanizzata: il primo è causa dello shock culturale e dello stress psicofisico che caratterizzano l'era dell'ansia; il secondo dell'incapacità di isolarne la motivazione. Più precisamente, la narcosi tecnologica (implicita nell'etimologia del nome stesso di Narciso) provoca un annebbiamento percettivo che impedisce di concentrarsi sulle tecnologie stesse quali vere cause del disagio, e dirotta invece l'attenzione sul loro uso o abuso.

Questa profonda narcosi non è facilmente evitabile: certo non ignorando le tecnologie, cioè pretendendo di evitare un contagio semplicemente fingendo che non ci sia epidemia; ma neppure resistendo loro, cioè rallentando fra l'impazzare dal traffico o invertendo la marcia, sperando di non essere travolti. La proposta di McLuhan è di usare l'educazione come una difesa civile e un antidoto, e l'anticipazione (soprattutto attraverso l'arte) come mezzo di controllo e di attenuazione dei colpi inferti dalle tecnologie, che sono tanto più violenti quanto maggiore è la velocità del cambiamento da esse prodotto.

Il medium è il messaggio

Fra le varie tecnologie, quelle di maggior interesse nel momento del passaggio al terzo millennio sono i cosiddetti mezzi di comunicazione, o media. In particolare, quelli fra essi a cui la tecnologia elettr(on)ica permette di coinvolgere istantaneamente e dovunque un numero potenzialmente illimitato di persone, o mass media (giornali, radio, televisione e computer).

La trasparenza della tecnologia ha nei media effetti particolarmente perversi, riconducibili tutti alla visione dell'informazione come loro essenza: visione che potrà anche sembrare ovvia al lettore, e che prova in tal caso l'annebbiamento dei sensi di cui stiamo appunto parlando.

McLuhan ha anzitutto notato che invece i mezzi di informazione non informano ma formano: benché forgiati da noi essi ci forgiano a loro volta (come aveva già notato Marx nel caso analogo dei mezzi di produzione), e non si sommano semplicemente a ciò che siamo, bensì lo determinano. McLuhan ha poi scoperto che il contenuto dei media è secondario: il medium è il messaggio (da cui il titolo del nostro articolo, ispirato da Ennio Flaiano), e solo gli idioti tecnologici possono credere che siano gli usi che ne vengono fatti a determinare gli effetti dei media, invece che viceversa.1

Più precisamente: il contenuto dei media è irrilevante, come mostra il fatto che spesso li usiamo senza prestarvi attenzione, ad esempio nel caso della radio; e il contenuto dei media è un'esca, come mostrano i costi dei programmi televisivi che vengono usati come cornici agli intermezzi pubblicitari (non viceversa!), da cui provengono invece i guadagni.

Per complicare le cose, spesso il contenuto di un medium è un altro medium, e nuovi media vengono generati per ibridizzazione: ad esempio, la scrittura è un ibrido di parola e graffito, la stampa di scrittura e incisione, il giornale di stampa e telegrafo, la radio di telefono e grammofono, il cinema di fotografia e radio, la televisione di giornali e cinema, e così via.

È proprio quando i media vengono superati (ad esempio, appunto, da un loro ibrido) che essi perdono la loro trasparenza: grazie al computer, che costituisce un ibrido universale in cui convergono tutti i vecchi media, abbiamo potuto dunque liberarci delle narcosi mediatiche tradizionali, naturalmente al prezzo di una nuova narcosi elettronica.

Possiamo dunque ben dire che i media sono traduttori, e non solo nel senso che traducono un medium in un altro, ma anche e soprattutto perchè traducono le esperienze e la natura umana in forme nuove: essi sono dunque metafore attive, e costituiscono le parole e le espressioni della cultura intesa come linguaggio generalizzato.

 

Media caldi

Una delle grosse novità introdotte da McLuhan consiste nella distinzione fra media caldi e freddi o, come si dice oggi, passivi e interattivi. Prima di lui (e, sorprendentemente, anche dopo)2 si parlava soltanto di 'media' in generale, come se essi fossero tutti uguali, e non si potevano dunque fare che discorsi generici e superficiali.

La differenza fondamentale tra i media caldi e quelli freddi sta nel fatto che i primi sono ad alta definizione e bassa partecipazione (chiusi), ed i secondi a bassa definizione ed alta partecipazione (aperti). E la tesi di McLuhan è che il riscaldamento dei media corrisponde allo sviluppo della civiltà, almeno sino all'ottocento.

Un tipico esempio è dato dalla scrittura, che è stata fredda nel periodo degli ideogrammi, si è riscaldata con i geroglifici, ed è diventata calda con l'alfabeto. Gli ideogrammi sono gestaltici e magici, richiedono un'enorme partecipazione e risultano estremamente difficili da usare: essi creano classi separate di preti (in Egitto) e mandarini (in Cina), su cui si fonda un potere monopolistico. L'alfabeto fonetico è invece puramente visivo e convenzionale, richiede poca partecipazione ed è facilmente maneggevole: esso permette un'acculturazione più estesa, e il passaggio del potere all'aristocrazia (in Grecia) e ai militari (a Roma). Gradualmente la scrittura atrofizza tutti i sensi non visivi, organizza la coscienza non più sulla percezione istantanea ma sulla razionalità sequenziale, e genera la logica e la causalità su cui si basano le scienze.

Come la scrittura estende e separa la vista, così fa l'aritmetica per il tatto,3 inteso come senso di con-tatto fisico e mentale con le cose. I numeri acquistano vita separata e intensa con crescere dell'alfabetismo, che presenta appunto una sequenzialità lineare di una piccola quantità di lettere (e poi cifre) sempre uguali. E' la prima crisi della matematica, cioè la scoperta pitagorica dell'irrazionalità della diagonale del quadrato rispetto al lato, deriva dal fallimento di traduzione di un vecchio medium in uno nuovo, cioè della geometria basata sulla percezione gestaltica all'aritmetica basata sulla razionalità sequenziale.

Secondo il principio dell'ibridizzazione dei media, scrittura e aritmetica confluiscono nel denaro, che a sua volta riduce ogni tipo di merce ad una sola. L'evoluzione del denaro attraverso lo scambio, l'oro, la moneta, la carta moneta e la carta di credito è parallela a quella della scrittura attraverso ideogramma, geroglifico, alfabeto, stampa e videoscrittura. In particolare, la frammentazione della vita in un sistema di prezzi è il prodotto di una cultura ormai completamente alfabetizzata e numerica, che nel 1748 finisce per appropriarsi anche del tempo, con la ben nota massima di Benjamin Franklin "il tempo è denaro".

In precedenza il tempo era già stato diviso in intervalli regolari mediante una naturale evoluzione della serializzazione provocata dall'alfabetizzazione e dall'aritmetizzazione, culminata nell'invenzione dell'orologio. Questo genera una visione frammentata e meccanizzata dell'universo e della vita, in cui anche il soddisfacimento dei bisogni più basilari (cibo, sonno, defecazione, sesso) viene effettuato non secondo l'istinto, ma in base al responso dell'oracolo che portiamo al polso e consultiamo freneticamente. La dimensione discreta, visiva e uditiva (attraverso campane e ticchettio) che ne risulta è radicalmente differente non solo da quella cosmica delle culture primitive, ma anche da quella continua di meridiane e clessidre, e da quella olfattiva dell'antico oriente (Cina e Giappone), in cui il tempo veniva misurato dalle gradazioni di profumi (che invece in occidente vengono usati a scopi completamente diversi, per mascherare cioè gli odori naturali del corpo).

La meccanizzazione ha comunque le sue origini nella (re)invenzione della stampa a caratteri mobili da parte di Johann Gutenberg, nel 1450. A differenza dal manoscritto, che era finemente illustrato e veniva letto ad alta voce o cantato, il libro si concentra sulle lettere e diventa un mezzo di fruizione individuale, che richiede azione ma non reazione o interazione: in tal modo esso intensifica il senso della prospettiva e del punto di vista fisso, provoca la separazione delle arti fino ad allora integrate (canto e musica, canzone e poesia, oratoria e prosa), e genera una visione individualista. Unita alla produzione di un numero potenzialmente illimitato di copie di uno stesso oggetto, questa visione fornisce il modello per una società omogeneizzata di individui identici, che sfocerà nel nazionalismo. Come prima impresa meccanizzata, la produzione del libro inaugura inoltre una linea di sviluppo che, passando per la catena di montaggio e l'industria, approderà ai mercati di massa.

Il telegrafo è il primo medium che estende ed esterna la coscienza, scambiando il rapporto fra i sensi esterni e il sistema nervoso interno. Benchè inventato nel 1838 da Samuel Morse come mezzo di supporto per la ferrovia, esso finisce per avere influenze profonde in ogni campo: fa diventare istantanea la temporalità degli eventi, telegrafico (appunto) lo stile del giornalismo (per fronteggiare la crescita del volume delle notizie), indipendente la stampa locale, obsoleta la delega del potere politico ed economico (permettendo di effettuare trattative in prima persona e in tempo reale), e inutile la presenza dei messaggeri (la cui velocità determinava in precedenza la velocità di trasmissione del messaggio, che ora diventa per la prima volta istantanea).

La fotografia rappresenta un riscaldamento di disegno e pittura: essa sostituisce all'elaborata sintassi di questi, basata su un controllo di carta/matita o di tela/pennello, la possibilità di riprodurre automaticamente immagini ad alta definizione. Non potendo competere con essa sul piano della fedeltà riproduttiva, le arti sono costrette a passare dalla rappresentazione dell'esterno e del concreto a quella dell'interno e dell'astratto. L'introduzione della fotografia muta anche la nozione di viaggio in quella di turismo, in cui non si ricerca più il diverso e l'ignoto delle descrizioni letterarie, ma una verifica con gli occhi e una conferma con la propria macchina fotografica di ciò che si è già visto nelle immagini altrui: ci si muove dunque senza andare da nessuna parte, il che spiega perchè si viaggia così tanto e si cambia così poco. Anche il successo della psicoanalisi è tipico dell'era della fotografia, che permette a chiunque di considerarsi come immagine e osservatore allo stesso tempo.

Il fonografo e il grammofono recuperano il mondo vocale e auditivo a lungo represso dalla scrittura, come mostrano i loro nomi (che significano, rispettivamente, 'scrittura di suoni' e 'sonorità di lettere'). L'evoluzione tecnologica dei procedimenti di registrazione del suono inventati da Thomas Edison nel 1877 prosegue con dischi, nastri e compact-disk, ma la vera novità viene introdotta con la stereofonia, che segna un passaggio dal punto di vista isolato ad uno multiplo e avvolgente: essa è il corrispettivo del cubismo in pittura, del simbolismo in letteratura, del jazz nella musica, del giornale nella stampa.

Fra i media caldi la radio, inventata da Guglielmo Marconi nel 1896, è quella più in grado di coinvolgere totalmente, come sanno fare le parole pronunciate al buio (cosa ben nota agli innamorati): essa può creare un mondo privato (da cui l'uso nel lavoro, o per isolarsi tra la folla), e sollevare istinti tribali (come nel caso del panico generato dal racconto dell'invasione dei marziani letto da Orson Wells, per non parlare delle reazioni di consenso ai totalitarismi degli anni '30). La radio richiede personalità calde e definite come il medium stesso, che sono invece rifiutate dalla televisione: un politico o un argomento articolato funzionano meglio sulla prima, uno superficiale sulla seconda (il che spiega le impressioni contrastanti quando uno stesso discorso viene giudicato da chi l'ha seguito su media diversi).

Il cinema, introdotto da Louis Lumière nel 1895, è la realizzazione della nozione di cambiamento come successione di forme statiche, considerata paradossale da Zenone ma adottata dai medioevali. La sua caratteristica di offrire un punto di vista unico e lineare da fruire in solitudine accomuna il cinema al libro e lo differenzia dalla televisione, che offre invece punti di vista multipli e paralleli da fruire in compagnia: di qui l'accettazione del cinema e il rifiuto della televisione da parte del pubblico alfabetizzato, e l'annessione da parte del libro di tecniche cinematografiche quali lo stile panoramico o il flusso di coscienza. Già caldo come medium per i motivi appena citati, il cinema diventa ancora più caldo con l'aggiunta del sonoro nel 1920, che diminuisce ulteriormente lo spazio da colmare con l'immaginazione.

 

Media freddi

L'ottocento ha segnato un punto di svolta in quel processo di riscaldamento dei media che per McLuhan coincide con la storia della civiltà: raggiunta una fase di surriscaldamento i media hanno preso a raffreddarsi, e a richiedere sempre più partecipazione e interattività.

Un tipico esempio di medium freddo è il telefono, che intrude nella privacy e richiede una partecipazione immediata e completa. La sua invenzione nel 1876 fu in realtà un incidente di percorso nel tenace tentativo dei Bell, padre (Melville) e figlio (Alexander), di rendere visiva la parola ai sordomuti: esso divenne invece un mezzo per udire e parlare a distanza.4 La sua natura coinvolgente è ben testimoniata dal modo in cui, come ieri un capo tribù si appendeva una sveglia al collo, oggi un manager esibisce un telefonino nel taschino: ironicamente, come la sveglia ha ristrutturato la vita tribale ed eliminato il capo tribù, il telefono ha ridefinito le piramidi decisionali e favorito i contatti diretti, rendendo inutili e parassitari gli intermediari (dai manager nelle aziende ai protettori nel servizio 144).

Il prototipo di medium freddo è il giornale, apparso alla fine del secolo XVII. Esso inaugura il concetto di forma-mosaico, in cui convergono notizie isolate che richiedono un'integrazione da parte del lettore: differentemente dal libro, che presenta un punto di vista privato, meditato e individuale, il giornale ne offre uno pubblico, immediato e di gruppo, e descrive non un individuo ma una società. Lamentarsi che il giornale non sia come un libro è dunque fraintenderne completamente la natura: esso può anche offrire all'interno del suo contenitore aspetti più propriamente letterari (gli editoriali e la terza pagina), ma non diventerebbe un libro neppure se fosse puramente culturale e senza pubblicità. Nel corso dei secoli il giornale ha completamente invertito il rapporto fra notizia e pubblicazione: inizialmente si aspettavano le notizie e si usciva soltanto quando esse c'erano, in seguito si è preso dapprima a cercarle e poi a crearle, e oggi non si pubblica più la notizia ma è ciò che si pubblica a far notizia (come mostra il fatto che le prime cose che si leggono sul giornale sono quelle che già si conoscono o cui si è partecipato, e che diventano più reali quando sono lette di quando sono vissute).

Un discorso analogo vale anche per la televisione, introdotta da John Baird nel 1926, ed oggi il medium freddo più diffuso. Essa ha sostituito l'automobile come modello di vita, creando le condizioni per il passaggio del potere dal mondo dell'automazione di Ford e Agnelli al mondo dell'informazione di Murdoch e Berlusconi. Il passaggio ha provocato un rivolgimento culturale e politico: mentre radio e cinema sono infatti adatti ad argomenti e punti di vista, ideologie, programmi, personalità, specialisti, professori e bellezze, la televisione privilegia chiacchiere e opinioni, qualunquismo, slogan, mediocrità, ruoli generici, handicappati mentali e fisici: per questo motivo sono divi televisivi Mike Bongiorno e Ambra ma non Umberto Eco e Claudia Schiffer, si riconoscono per strada le star del cinema ma non i conduttori del telegiornale, si prova fastidio di fronte ai primi piani dello schermo ma non del video... In quanto espressione di una visione inclusiva e tattile, invece che selettiva e visiva, la televisione sta al cinema come il fumetto al libro, il disegno alla pittura, il manoscritto alla stampa: gli intellettuali percepiscono quindi ovviamente come un disastro i programmi televisivi più adatti al medium stesso (talk-show, dibattiti, serial, telenovelas, karaoke...), e altrettanto ovviamente i giovani considerano irrilevanti le espressioni più letterarie (libri, quadri, musica classica...).

La pubblicità è la più sofisticata, insidiosa e ubiqua forma di comunicazione fredda, di fronte a cui l'uomo alfabetizzato (addestrato a leggere testi letterari e non testicoli grafici) risulta completamente impreparato ed inerme (anche linguisticamente, pubblic-ità è l'opposto di individual-ità). In quanto a meccanismo essa è subliminale e inconscia, e tende all'ipnosi: consumata a livello conscio sarebbe infatti semplicemente comica, ridicola o grottesca. In quanto a forma la pubblicità è un'icona, cioè un'immagine dinamica compressa e integrata che si oppone alla frammentazione statica della fotografia: l'opposizione è riflessa nel declino dei periodici basati su foto quali Life o Oggi, sostituiti da quelli contenitore quali Time o L'espresso. In quanto a contenuto la pubblicità è la buona novella del mondo dell'informazione, e ne richiede una cattiva per contrasto: per questo le notizie della cronaca sono sempre terribili (incidenti, crisi, disastri, guerre), mentre quelle della pubblicità sono così incredibilmente buone da costituire la più perfetta (e quindi la più distorta) immagine che una società abbia mai dato di se.

Il computer è oggi il medium che riassume in se tutti gli altri: esso merita dunque un discorso a parte.5 Qui possiamo limitarci a parafrasare Stéphane Mallarmé, che sintetizzava l'era dell'alfabetizzazione in "tutto finisce in un libro", descrivendo l'era dell'informazione con "tutto finisce in un computer, o nella sua memoria" (compresi, beninteso, i libri). E ad osservare una narcosi informatica che coinvolge tutti: i bambini, che hanno ormai preso a dire "da grande voglio fare il computer"; gli industriali, che abbracciano voluttuosamente quell'informatizzazione che soppianterà la loro attività e il loro ruolo; i letterati, che si precipitano sulle tecnologie elettroniche e grafiche di scrittura oblivi del fatto che esse renderanno obsoleti non solo i libri ma la parola stessa.

 

Il villaggio globale

Le successive estensioni di lingua, orecchie e occhi attraverso telefono, radio e televisione ne hanno ampliato la portata fino a coprire l'intero pianeta: si può dire che ormai il mondo è stato ridotto ad un villaggio globale in cui, come nell'immagine divina di Cusano, il centro è dovunque e la periferia in nessun luogo. Le successive estensioni della pelle (attraverso vestiti, abitazioni, città e stati) raggiungono il loro limite con il villaggio globale: si può dunque anche dire che ormai indossiamo il mondo intero come pelle. Analogamente, le successive estensioni del cervello e del sistema nervoso mediante i computer, dapprima isolatamente e poi in collegamento fra loro, raggiungono il loro limite nella rete globale: si può quindi infine dire che ormai abbiamo il mondo intero come sistema nervoso.

L'immagine del villaggio globale è una delle espressioni di McLuhan più ripetute, ma egli intendeva andare ben oltre gli aspetti superficiali a cui in genere ci si riferisce, per richiamare in particolare l'attenzione sull'analogia con il villaggio tribale: mentre i media caldi avevano effettuato un ipnotico processo di detribalizzazione, i media freddi ne effettuano uno allucinato di retribalizzazione. Le società sviluppate sono infatti calde, e quelle tribali fredde.

Più precisamente, l'uomo caldo è indipendente, privato, individuale, frammentato, locale, parziale, centralizzato, strutturato, attivo, visuale, represso, formale, razionale, tipografico, sequenziale, temporale, diacronico, storico, scientifico, causale, meccanico, e la sua vita si basa su minuti, figure, monologhi, felicità, volontà, certezza, fama, denaro, lingue, libri, produzione, elezioni, descrizioni...

L'uomo freddo è invece interdipendente, pubblico, collettivo, integrato, olistico, totale, decentralizzato, destrutturato, reattivo, plurisensoriale, sessuale, informale, inconscio, grafico, parallelo, istantaneo, sincronico, leggendario, artistico, finalistico, organico, e la sua vita si basa su giorni, sfondi, dialoghi, piacere, desiderio, dubbio, celebrità, scambio, dialetti, giornali, informazione, sondaggi, pubblicità...6

Non stupisce dunque che i media freddi abbiano effetti più traumatici sulle società sviluppate e calde che non su quelle sottosviluppate e fredde, contrariamente a quanto invece avveniva e avviene con i media caldi. Si spiegano così ad esempio sia i disastri dell'industrializzazione nei paesi del terzo mondo, che il successo della produzione elettronica asiatica (Corea, Giappone, Singapore e Taiwan); o la contemporanea diffusione in occidente sia delle droghe che del pensiero orientale, come possibili rimpiazzamenti freddi dei sogni cinematografici e dell'ideologia industriale.

Lo sviluppo tecnologico ha dunque cominciato a rivoltarsi contro le società tecnologiche stesse, e la reazione più naturale all'ansia e alla paura private e collettive da esso generate è come sempre la guerra ideologica e militare, in cui i media sono armi in senso non soltanto metaforico: si pensi all'uso della propaganda radiofonica statunitense nei paesi dell'Est europeo ai tempi della cortina di ferro e oggi in Cina, della (contro)informazione televisiva in occidente ai tempi della guerra del Vietnam, e dell'informatica nella guerra del Golfo. Inoltre, in sintonia coi tempi, mentre nel passato si mirava al nemico individualmente mediante libri e fucili, oggi si è passati allo sterminio di massa mediante programmi e bombardamenti a tappeto.

 

Fine della modernità

Le formulazioni di McLuhan permettono di esprimere il dibattito sulla modernità e la sua fine in maniera particolarmente concisa: la modernità è stata l'era dei media caldi, e la sua fine è dovuta all'avvento dei media freddi.

Naturalmente, sarebbe ben poco postmoderno supporre che il postmoderno segua il moderno in maniera lineare e determinata. La persistente coesistenza dei media caldi e freddi, così come delle corrispondenti culture dell'industrializzazione e dell'informazione, mostra appunto che il passaggio è ancora lungi dall'essere completato, e che la schizofrenia della postmodernità ha radici ben definite.

Quanto alla sua annunciazione, si possono oggi retrospettivamente reinterpretare come tali sia le tendenze della pittura e della letteratura di inizio secolo da Picasso a Joyce, che le tesi sulla fine della razionalità di Nietzsche e Heidegger, o sul declino dell'Occidente di Spengler:7 non a caso McLuhan considera appunto l'arte e la filosofia come armi di difesa preventiva privilegiate, da opporre nella guerra culturale all'incessante proliferare di media e tecnologie.

L'era glaciale della cultura provocata dal raffreddamento dei media richiede dunque una nuova sensibilità, globale e integrale come quella finora riservata agli artisti e ai filosofi, e strumenti educativi adeguati alle nuove realtà tecnologiche.8 Opporre a quest'era e ai suoi media soltanto rifiuto e sconcerto, come fecero gli scolastici nei confronti della stampa (giungendo in certi casi a ricopiare a mano i libri stampati), non potrà avere che lo stesso effetto: di spingerci frettolosamente nell'oblio. Se poi prevalesse l'accettazione narcotica, essa ridurrebbe il villaggio globale ad una semplice versione tecnologica del villaggio tribale (anticipata dalla letteratura e dal cinema cyberpunk, alla Blade runner), e segnerebbe la fine non soltanto della modernità, ma della civiltà stessa.

 

Piergiorgio Odifreddi ha insegnato logica matematica negli Stati Uniti ed in Unione Sovietica, ed attualmente è professore presso l'Università di Torino. E' autore di Classical Recursion Theory (North Holland, 1989), curatore di Logic and Computer Science (Academic Press, 1990), e sta preparando un volume di saggi sui legami fra matematica, letteratura e filosofia.

 

Bibliografia

Le opere di McLuhan sono:
La galassia Gutenberg, 1962 (Armando, 1991).
Gli strumenti del comunicare, 1964 (Il Saggiatore, 1995).
(con Quentin Fiore) Guerra e pace nel villaggio globale, 1968 (Apogeo, 1995).
(con Wilfried Watson) From clichè to archetype, Viking Press, 1970.
Dall'occhio all'orecchio, 1977 (Armando, 1986).
(con Bruce Powers) Il villaggio globale, 1989 (Sugarco, 1994).
Della sua scuola di pensiero è:
Derrick de Kerckhove, La civilizzazione video-cristiana, 1990 (Feltrinelli, 1995).
1 Le domande che McLuhan considera determinanti per stabilire la natura stessa di un medium, attraverso i suoi effetti, sono: che cosa produce di nuovo? che cosa rende vecchio? che cosa recupera dal passato? che cosa modifica nel presente?
2 Si veda ad esempio Gianni Vattimo, La società trasparente, Garzanti, 1989.
3 Si veda ad esempio Tobias Dantzig, Il numero, linguaggio della scienza, 1954 (La Nuova Italia, 1965), il cui sottotitolo è appunto L'estensione del tatto nella storia della cultura.
4 Analogamente, benchè con un'inversione meno spettacolare, l'alfabeto Braille nacque per permettere ai vedenti la lettura di messaggi militari al buio.
5 Si veda Piergiorgio Odifreddi, "In media stat virtus", La Rivista dei Libri, Marzo 1996, pp. ??.
6 A questo punto non è ovviamente difficile riconoscere nella distinzione fra caldo e freddo una delle dicotomie fondamentali del pensiero, da yang-yin a maschile-femminile, da occidentale-orientale a (emisfero) sinistro-destro.
7 Spengler basava (esplicitamente) la sua diagnosi sulla crisi ottocentesca della geometria, cioè (implicitamente) sul suo passaggio dalla versione calda euclidea a quella fredda riemanniana.
8 Il vero problema dell'educazione moderna è non l'introduzione del computer nelle scuole, ma l'incompatibilità fra insegnanti formatisi nella cultura calda dei libri da un lato, e allievi cresciuti nella cultura fredda della televisione dall'altro: così come i secondi sono handicappati rispetto alla società dell'automazione, i primi lo sono rispetto a quella dell'informazione.

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