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<<< Dislocare Venezia - scritto di Francesco Pasca del Giugno 2011 >>>

Dicevano ieri di Lecce: La Firenze del Sud.

Dico oggi di Lecce: La Venezia del Sud.

Indeciso se mettere prima o dopo la seguente nota alla nota, eccola qui in testa.

Non si sa mai, qualcuno potrebbe annoiarsi e non leggere la conclusione.

 



La risposta merita la domanda? Capovolgo i termini per pura compiacenza verso me stesso. Spero dagli illuminati organizzatori di questo inatteso evento avere "pubblico" accesso. La domanda è la seguente: a cosa serve la Biennale di Venezia a Lecce?

La risposta è forse qui?

"Alcuni dei miei lettori amici, giustamente, mi hanno inviato email in cui hanno lamentato la mia sfacciata propensione al personale.(essere presuntuoso) guarda un po' che novità s'aggiunge." Per verità, anche per dirmi di essere d'accordo.

L'aneddotica proposta della quale me ne sono assunta la paternità è l'ennesima provocazione, quella del paradosso di essere Artisti e l'altrettanto paradosso d'essere invisibili ai meno e non ai più in una Lecce che tende ad sprovincializzarsi. (dimenticavo, loro non amano essere chiamati Artisti ma Maestri, credono di eludere così la scarsa stima per se stessi con l'ipocrita modestia)    

I Non Maestri così hanno gridato, io da non Maestro ho fatto altrettanto, dichiarandomi non sibillinamente presuntuoso.

E se lo fossi anche al di là dello sfacciatamente personale?

Se presunzione deve essere caritatevole piaggeria per poter partecipare ad un raduno di nostalgici del colore è bene che si sappia che, se nostalgico devo essere, voglio esserlo da collocato nella mia giusta dimensione, nella Boutade più grossa.

Da questo momento buona lettura.

L'articolo è apparso sul Quotidiano Salentino ilPaeseNuovo ed ha mosso la laguna(lo stagno) I Maestri restano in attesa di sapere la loro sorte.

Il filo d’erba del MILITE IN(NOTO)

del “chi” non cerca “chi”, se non (c’è).

 

La storia  in un aneddoto apre l’opportunità di nuovo dialogo, ed è qui, con l’introdurre quanto m’appresto, che ne trovo l’inizio e ne faccio uso.

Adopero il linguaggio del suggerire e del poi far comprendere dove può portare qualunque storia e se questa merita la sorte d’essere raccontata e letta.

Sono indeciso sulla strada da percorrere. Potrei iniziare a parlare di tutto. E se iniziassi a parlare del come andare a cercare il “chi” non cerca ”chi” e perché se non c’è?

Mi sembra una buon percorso, di certo sarà come andare a cercare nel manifesto uso dell’ottimismo ipocrita, sebbene i motivi di questo scrivere faranno parte del mio attuale “si dice”.

Parlerò, quindi, oltre che del cercare di non rammaricare gli animi, mia madre mi raccomandava di avere “bontà” - non guasta mai figlio mio -, anche della Biennale Leccese. Prima, per “mea culpa”, parlerò della “Veneziana”, della Biennale d’Arte Contemporanea che ho seguito ininterrottamente dal 1960 sino all’annullamento del 1974, quella nel Quadriennio di presidenza (1974-1978) di Carlo Ripa di Meana. (Da lì in poi continuai e continuo ad avere un approccio più distaccato ed ugualmente informato).

Quell’Esposizione Internazionale d'Arte, non si tenne, (descrivere inefficienze e cause politiche di ieri è compito di altri, non mi ci voglio cimentare …).

Per l’occasione si ebbero comunque Manifestazioni ed eventi di Teatro e di Cinema dall'ottobre 1974 a tutto il 1975 sotto il titolo “Libertà per il Cile”.

La Biennale riprenderà comunque il suo destino nel 1976.  

Di fatto, sono queste le Biennali alle quali sono ancora legato da situazioni culturali ormai imprendibili. La XXX Esposizione quella del 1960 “ricordo” vantasse presenze di portata internazionale. Per non citarli tutti, ma per ricordane alcuni dico di Afro, di Giacomo Balla, Umberto Boccioni, Constantin Brancusi, Georges Braque, Alberto Burri, Carlo Carrà, Emil Cimiotti, Pietro Consagra, Robert Delaunay, Piero Dorazio, Agenore Fabbri, Jean Fautrier, Philip Guston, Renato Guttuso, Hans Hartung, Hans Hofmann, Mikhail Larionov, Fernand Léger, Eduardo Paolozzi, Victor Pasmore, Pablo Picasso, Gino Severini, Mario Sironi, Rupert Stöckl, Emilio Vedova,  Jacques Villon, Ernst Weiers e di Giuseppe Zigaina. Tutti Artisti “causa” della mia formazione-deformazione professionale di ieri, di oggi e di domani.

In quel tempo per me breve se ne aggiunsero altri con le Biennali del ’62 - ’64 - ’66 - ’68 - ’70 – ’72.  Si affastellarono così: Hans Arp, Alexander Calder, Guillaume Corneille, Raoul Dufy, Max Ernst, Jean Fautrier, Alberto Giacometti, Hans Hartung, Kumi Sugai, Alfred Lörcher, Giacomo Manzu, Marino Marini, Arturo Martini, Henri Matisse, Joan Miró, Henry Moore, Fausto Pirandello, Giò Pomodoro, Emilio Vedova, Alberto Viani e tanti altri sino all’epilogo di oggi, sino alla LIV edizione, quella di Vittorio Sgarbi che vede la dislocazione territoriale, e che, e, della quale e per la quale, voglio ricondurre il mio aneddoto. Continuare a scrivere ancora della Biennale Veneziana, quella Vera, mi porterebbe lontano.

Ecco quindi l’aneddoto del “chi” non cerca e sceglie “chi” e perché.

Naturalmente non sarà Sgarbi l’oggetto del mio cercare e scegliere. Sgarbi sa far bene il suo mestiere, m’interesserò piuttosto del mio aneddoto-esperienza che non è l’esperienza del “chi cerca chi”, ma questo:

-      La mia generazione, classe 1946, “subiva”, ha subito il cosiddetto obbligo militare, e, quel subire, per me e quello di tant’altri avvenne nel secolo scorso. Lo rammento e così lo indico da romantico debitore del mio tempo: A.D. MCMLXXII, età ventisei anni, già “vecchio”.

Fui in quel tempo un privilegiato nell’essere stato scelto ed inviato a fare il VAM, da semplice (Burba). Da militante su altri fronti, abbandonai la vanagloria delle stellette e la sostituii con il tradizionale baffo da caporale, avrei comunque preferito continuare per una strada meno obbligata.

Certamente già vecchio per quell’esperienza, non fui impedito di incontrare, nella medesima altrettante età meno inoltrate della mia e a produrmi nell’addestramento del CAR in quel di Viterbo, nel 58.mo di quel corso … Fu così, sebbene distolto dalle mie cose, che continuai ad inseguire il mio istinto. Mi estraniavo e disegnavo e scrivevo su qualsiasi superficie, persino sul calcio del mio MAB calibro 9 mm. Fiocchi-Beretta. Così mi fu detto e presentato: Fucile mitragliatore a battente entrato in produzione per la prima volta nel 1938 e ideato e disegnato da un tal Tullio Marengoni capofficina nella fabbrica d’armi della Valtrompia - Brescia.

Quel Mab con il suo caricatore mi fu dato in dotazione e ne imparai ogni suo componente, ogni pezzo. Lo montavo e rimontavo con la stessa maestria del mio meccano di altra età e competenza. Mi fu detto che, mai, per nessun motivo, potevo, ad altri cederlo, divenne così il mio secondo compagno nelle notti aeroportuali e, con il buon silenzio di quell’oggetto, allertavo ed al contempo dialogavo coi segni che via via si sommavano sul calcio di quell’arma.

Passare inosservato non fu possibile, vuoi per l’età e vuoi anche per la mia incessante produzione visiva. Spaziavo dalla caricatura alla rappresentazione paesaggistica, dalla produzione di narrazioni a quella di una pura invenzione ornamentale di segni indefiniti nella sola apparenza. Di fatto, fu che, di lì a poco ebbi la buona-strana sorte d’essere chiamato a colloquio dal mio superiore e da questi invitato dapprima a desistere dal lasciare segni su qualsivoglia superficie e successivamente ad esprimere al meglio le mie capacità grafiche altrove, nonché curare e partecipare, di fatto, alla realizzazione dell’almanacco interno alla caserma. Quell’oggetto visivo in carta patinata era e diventava l’atto conclusivo, la testimoniale certezza di un risultato ottenuto. Soprattutto, a conclusione,  con quel CAR si acclarava l'assoluta certezza di un lavoro ben speso. Quanto in quel lasso s’era svolto con i commilitoni di ventura, nonché ne riassumeva le impressioni dei luoghi e di tant’altro per quel periodo, il 58.mo corso di reclutamento VAM (Vigilanza Aeronautica Militare).

Fra le immagini di quell’almanacco ne ricordo una in particolare. La ricordo non per la primaria esperienza ma per quando v’era ed ancora m’affiora come “consegna-conseguenza” di un ordine da eseguire e da continuare ad esigere. Mi fu detto che dovevo, fra le tante, rappresentare con efficacia una divertente vignetta, la figura e l’azione di “Un imboscato”. Quel “termine-azione” era molto in voga fra la truppa e non solo. Era usato ed abusato fra commilitoni e non.

Ricordo che, per l’ottenimento, per me massimo, di un risultato visivo trascorrevo notti insonni. Le visioni si accavallavano alle visioni e gli schizzi preparatori erano la ricerca efficace dell’Idea. Tutto graficamente si cuciva e si scuciva in un gomitolo il cui bandolo era sia il primo che l’ultimo. Prendere quel bandolo significava l’inizio e la fine. Io stesso contemplavo quell’imboscamento ed il suo conseguimento. La vignetta da me rappresentata fu: Due grandi Occhi ed Orecchie (non era solo nascondersi, ma costruirsi anche le opportunità, guardare e sentire il mondo). Volevo far guardare-ascoltare l’ “occultato”.

Erano occhi ed orecchie di chi può guardare-sentire nella certezza di esistere. Anche lo stesso privilegio andava goduto, era dare al Re l’opportunità di “non vedere” il suo abito, ma ascoltare le meravigliate visioni dei suoi sudditi.

Piacque molto la mia resa grafica, ma purtroppo per me segnava anche la fine dell’istruzione di un compito. Il “to shirk, to get a cushy job” non fu il risultato da raggiungere praticamente, ma mi insegnò che non ci si può nascondere dietro un dito, e, per rendere ancora più credibile quell’istruzione di un paradosso, utilizzai “il filo d’erba”. Dimostrazione questa dell’essere ulteriormente “scoperti” e non “nascosti”. Infatti il Re non fu più nudo e non ebbe bisogno di nascondersi. Dall’(In) e dall’(Out) del mio aneddoto preferii farmi vedere e, con la mia presenza, far saper d’essere anche ingombrante per quell’evento. - 



La Biennale giunta a Lecce mi riporta indietro ai termini di quella mia immagine creativa e relativa azione, mi ri-appaiono ombrosi, oscuri, credibili nell’incredibile di quel che può accadere.

Nel diventare quel suo stesso divenire e avverarlo senza intoppi, senza essere scoperti nell’infamia del saper d’essere e al contempo del non essere. Oggi si scopre la mia e di altri fragilità inventiva e sappiamo di non poterla nascondere dietro un filo d’erba. Non possiamo più nasconderci, nemmeno dietro un dito che è più grosso, nemmeno dietro a qualunque altra cosa altrettanto grande da poterci occultare (Pare che il Tempo sia un buon Luogo). Infatti ci sentiamo ingombranti, ne ridiamo a crepapelle, ma anche ci incazziamo e diventiamo più neri dell’altrui scelte.

“Nemmeno dietro un dito” era l’allora. Era la voce ricorrente.

La mia immagine e quella degli altri ingenui professionisti liberi per l’Arte, oggi non si strizzano più sino a deformarsi e nascondersi dietro all’esile che non c’è.  

Se “To evade military service” era la consegna da ottemperare, ma graficamente, il mio ieri e lo ieri di tanti. Se farsi assegnare a servizi poco pericolosi era : “to shirk, to get a cushy job” oggi il risultato da raggiungere non è più quel “praticamente”.

Se ieri ottenere entrambi i risultati era l’unica vittoria in un campo militare da addestrato, oggi, è l’aneddoto e, quell’aneddoto è qui per concludersi, nella brevità di un lasso di tempo che non ha tempo, nella coincidente determinazione di un evento sui “si dice”, sull’idea di imboscarsi, al di là dell’oscura immagine evocatrice che è alla ricerca della luce dentro cui non ci si può nascondere. L’idea stessa è luce, è l’Eureka di memoria Archimedea.

Se l’imboscarsi di ieri non era il nascondersi, ma accettare una condizione, oggi, lo stato del vedere è quello del fai vedere, è, e, diventa quel che si può osare.

È il vestito del Re che non è l’evadere l’inesistente ma convincersi dell’esistente.

É l’immagine che va a disegnarsi dove si vuole che essa venga rappresentata. Si attua la consapevolezza della certezza dell’esistere e la consapevolezza del non doversi nascondere, non evadere dal reale ma esserci.

Sono uscito, Siamo usciti, noi, gli artisti della generazione dell’urlato e del non silenzio per caso, striminziti, accartocciati, strappati da dietro un dito e ci siamo nascosti dietro un filo d’erba. Siamo l’oggetto fattosi ancora più esile che racconta che ci si può nascondere nella certezza di essere veduti e nella consapevolezza di poter restare nascosti, evasi dal luogo del loro e tuo “subire”.

La Biennale a Lecce ha un Nome e come al solito ha Nome di chi vuol far credere che non esistono gli “imboscati” della “Cultura Provincializzata”, (il Cuppo leccese è vero Cuppo), che si vuole così, che esso “Sia” e sia il mes(SIA).

Che esso venga da lontano o che può andare lontano. Chi, “chi” cerca “chi”, se non (c’è). È l’(amen)chè SIA. É l’opportunità di far vedere il lavoro e la propria donazione al sublime. Svuotare un Luogo e più facile che riempirlo. Riempire un Vuoto è più facile del non trovare quel Luogo. Noi dove eravamo? Dove siamo? Forse siamo un Fuori Tema!

Gli anni da me citati, sebbene fiorenti, avevano l’ardire di affermare che vi era la “MORTE DELL’ARTE”. Non capirono quel significato i “critici” di ieri e non lo capiranno i critici di oggi. Dove c’è, oggi, INDIFFERENZA e IMPOTENZA è dire:  “Il filo d’erba del “chi” cerca “-“sceglie” chi”, se non (c’è).

E, se non ci 6, 6 “Morto” in Battaglia e non puoi che essere un MILITE IN(NOTO).

È-VIVA La Biennale Leccese? Se “tanto” mi dà “niente” A chi può servire un “funerale” se manca l’aneddoto?

Posso continuare a stare, a guardare nascosto da un filo d’erba?

O posso essere un non bravo raccomandato? Potrò uscire dal mio Fuori Tema?

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Opera inserita il18 Giugno 2011 • vista406 volte • con1 intervento (il 18 Giugno 2011)

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